Storia della Compagnia Pietro Chiesa

Da oltre cento anni nel Porto di Genova

La storia della “Pietro Chiesa” ha la sue radici nel poderoso e combattivo movimento dei lavoratori, sviluppatosi tra i portuali genovesi alla fine dell’Ottocento.
A quell’epoca, sulle banchine operano oltre 7.000 persone e “la merce” trattata è – soprattutto – il carbone.
Nel 1900 “i carbonai” sono circa 3.500, suddivisi in facchini, caricatori o coffinanti, scaricatori e pesatori-ricevitori.
Le condizioni del lavoro sono durissime e i rapporti di forza estremamente sfavorevoli. Per questo i carbuné lottano seguendo due direttrici:
come componente di un più vasto movimento “di classe”;
come avanguardia che detiene alte capacità professionali.

 

Nel primo caso, l’impegno si traduce nella costituzione della Camera del Lavoro(sul modello della Chambre du Travail marsigliese); nel secondo caso, assistiamo all’evoluzione delle antiche società di mutuo soccorso in forme di vero associazionismo organizzato cooperativisticamente.

Le vicende della Camera del Lavoro genovese sono ormai storia: costituita tra il 5 e il 6 gennaio 1896 da un’assemblea presieduta da Pietro Chiesa (il primo rappresentante “operaio” al Parlamento italiano), venne chiusa lo stesso anno per decreto prefettizio (8 dicembre); ricostituita il 20 luglio 1900, fu difesa dai lavoratori – in particolare dai portuali del carbone – da una nuova aggressione dei rappresentanti del Governo. Gli scioperi conseguenti furono di tale durezza da produrre un impatto destabilizzante sugli stessi equilibri politici nazionali. Tale da determinare la caduta del dicastero Saracco.
Da qui l’avvio del nuovo corso riformista legato alla figura di Giovanni Giolitti.

 

Più articolata la storia dell’associazionismo di mestiere. Come scrive Luigi Einaudi“i lavoratori del porto di Genova hanno da tempo antichissimo la tendenza a raggrupparsi in corporazioni, per la tutela dei loro interessi e per la determinazione dei salari e delle altre condizioni di lavoro”.
Vi sono elementi che inducono a pensare che corporazioni di lavoratori fossero presenti nel porto genovese già a partire XII secolo, anche se i primi statuti di cui abbiamo traccia risalgono a tre secoli dopo.

Per quanto riguarda l’organizzazione dei carbonai, nel 1892 viene fondata la prima “Lega di miglioramento fra i lavoratori del carbone” al fine di ottenere tariffe più eque, l’introduzione del turno di lavoro e l’abolizione del potere discrezionale dei cosiddetti “confidenti” (caporalato e braccio armato della controparte padronale).
Sulla scia di questa prima esperienza, nel 1902 si costituiscono la “Cooperativa caricatori del carbone” e la “Cooperativa facchini del carbone”. Infine, nel 1906, le varie cooperative si unificano nella “Società Cooperativa Sbarco Imbarco Carboni minerali”.

Prende – così – corpo un soggetto composto da 2.540 soci e suddiviso in quattro gruppi: facchini, scaricatori, caricatori e ricevitori/pesatori.
L’esperienza durerà fino al 24 maggio 1909. Dissidi interni determineranno l’impossibilità di mantenere gli assetti unitari, raggiunti solo tre anni prima; da qui la nuova ripartizione in tre distinte compagnie: degli scaricatori, dei caricatori e dei facchini.

 

Un’esperienza unitaria temporalmente breve, ma che marca indelebilmente la cultura dei lavoratori. Insieme al perdurare di quell’orientamento all’autogoverno, che si traduce nella creazione di una vasta rete di cooperative (compresa quella che, il 7 giugno 1903, fonda il quotidiano Il Lavoro), e alla solidarietà, che fa aprire la mensa e l’ambulatorio dei carbonai a tutti i poveri della città.
Particolarmente significativa risulta la vicenda che porta alla nascita del primo quotidiano della classe operaia, promosso e finanziato direttamente dai lavoratori. Appunto, Il Lavoro. Impresa resa possibile dal fatto che, il 3 maggio 1903, l’assemblea dei lavoratori del carbone raccoglie le 6mila lire necessarie (e, all’epoca, la paga giornaliera del carbonaio oscillava tra le 4 e le 5 lire!).

 

Ben presto l’intero movimento dei lavoratori genovesi dovrà affrontare la terribile prova – anche civile e politica – rappresentata dalla Prima Guerra Mondiale. E ci si divide: in “neutralisti”, seguendo i principi dell’internazionalismo proletario, e in “interventisti”, secondo le tradizioni risorgimentali di ostilità nei confronti degli Imperi Centrali e le istanza irredentistiche di liberazione dei territori italiani (Trentino e Friuli) ancora sotto il dominio dell’Austria-Ungheria. Istanze di cui, a livello nazionale, sono portavoce Cesare Battisti e Guglielmo Oberdan.
La divisione attraversa le organizzazioni portuali e la stessa Camera del Lavoro. Proprio quest’ultima, il 4 gennaio 1915, nel tentativo di mantenere la compattezza del proprio corpo sociale stabilisce di rimanere “estranea alle questioni di politica estera e interna che discendono dalla conflagrazione europea… difendendo da ogni insidia l’unità del movimento operaio, riconoscendo il più assoluto diritto per tutti i soci di pensare e agire personalmente nei riguardi della guerra in conformità della loro coscienza”.

 

D’altro canto, la frattura non impedisce ai portuali di restare fedeli alle antiche tradizioni di solidarietà di classe e i carbonai sono ancora una volta in prima linea nella costituzione di un “Fondo di soccorso per le famiglie degli operai del porto richiamati alle armi”.
Una fedeltà che – insieme – mantiene fermi i principi dell’internazionalismo. Da poco è scoppiata la “Rivoluzione d’Ottobre” e i portuali del carbone sono consapevoli delle gravissime condizioni in cui versano le popolazioni della Russia. Per questo motivo, nell’inverno tra il 1917 e il 1918, allestiscono una nave (dedicata alla memoria dell’anarchico Amilcare Cipriani) carica di generi di prima necessità per quelle terre lontane: medicinali, derrate alimentari e capi d’abbigliamento.
La riprova tangibile della “solidarietà proletaria” dei portuali genovesi poté giungere a destinazione attraverso il porto di Odessa.

Il primo dopoguerra nel porto e tra i lavoratori genovesi è periodo di scontri durissimi e spinte insurrezionali, che si intrecciano con endemiche attività rivendicative.
Presto prenderà corpo la reazione guidata dal Movimento Fascista. Anche a Genova.
L’assalto al quotidiano Il Lavoro, nell’agosto del 1922, e l’incendio appiccato al suo magazzino sono l’annuncio dell’imminente “organizzazione corporativa dei lavoratori portuali genovesi”; secondo i principi organizzativi del Fascismo giunto al potere in Italia e fattosi Regime.
Dopo il rapimento di Giacomo Matteotti (10 giugno 1924) e il ritrovamento del suo cadavere (16 agosto), quando un moto di indignazione attraversa l’intero mondo del lavoro italiano, 200 operai del porto si astengono dal lavoro per protesta: saranno immediatamente radiati dai ruoli consortili. Ma sono solo 200, sull’intera massa dei portuali, a riprova di una già avanzata disarticolazione delle strutture e della compattezza “di classe”. Infatti il Segretario Generale della Corporazione Fascista dei Lavoratori del Porto, G. B. Rosa, può così affermare che “la Corporazione, mentre richiama alla realtà dei fatti e alla più rigida disciplina i suoi organizzati, dichiara che non è più possibile sul campo sacro del lavoro inscenare indegne speculazioni politiche, a null’altro tendenti che a sorprendere e ingannare l’animo semplice degli operai”.

 

Dopo la “lunga gelata” rappresentata dal ventennio fascista, dopo le distruzioni della Seconda Guerra Mondiale e la guerra di resistenza al nazi-fascismo le compagnie rinasceranno. Non prima – però – di aver dato il proprio diretto contributo di impegno alla guerra di liberazione. Infatti, molti sono gli uomini e le donne del porto tra quei cittadini genovesi che insorgono il 24 aprile 1945, senza attendere l’arrivo degli Alleati, e costringono le truppe tedesche del generale Meinhold alla resa. “Salvando il porto, le industrie e l’onore”, come motiva la Medaglia d’oro al valor militare concessa al Gonfalone del Comune di Genova.

 

La resistenza nel porto prende corpo già a partire dal 25 luglio del 1943. Si sviluppa in condizioni particolarmente difficili e pericolose perché proprio qui sono concentrate la forza militare tedesca e quella dei collaborazionisti della X Mas. Ma – proprio per questo – assume un aspetto di particolare strategicità. Ed infatti nel settembre 1944 si configura la necessità di costituirvi un CLN centrale.
Il primo obiettivo dei portuali era quello di salvare il loro scalo; sia evitandone il minamento, sia difendendo materiali e impianti. Da qui – in particolare – tutta una serie di azioni volte alla neutralizzazione degli esplosivi posti dal nemico, attraverso il sabotaggio e la rimozione dei cavi di brillamento.
Preposte a tali compiti erano dodici squadre, formate ognuna da dieci combattenti.

 

Quanto tali azioni fossero rischiose lo testimoniano le vicende personali dei capi alla guida della Resistenza nella zona portuale e ricostruite, il 10 gennaio 1950, da una relazione di Vittorio Cevasco, presidente del CNL del Porto di Genova: “l’azione fu diretta dal capo zona Saverio De Palo (il “Barese”) caduto poi quale partigiano della “Cichero”; De Palo venne sostituito con Antonio Milani, a sua volta arrestato nell’aprile del 1944 e deceduto a Mathausen; fu poi la volta di Rizieri Cuppi, arrestato il luglio 1944 e deportato”…

 

Dopo la Liberazione dal nazifascismo la compagnia dei “carbonai” si riformerà il 22 giugno 1946, assumendo il nome di “Compagnia Pietro Chiesa”.

 

Il filo di coerenza con il proprio passato non è – comunque – spezzato: nel giugno 1960 a Roma è in atto il tentativo di Ferdinando Tambroni per avviare una svolta politica reazionaria con una maggioranza di governo allargata agli ex-fascisti del Movimento Sociale Italiano. Da qui la provocazione del MSI che decide di tenere a Genova il proprio congresso nazionale (e di farlo presiedere da Carlo Emanuele Basile che, prefetto durante l’occupazione, aveva attivamente collaborato con tedeschi e repubblichini nei rastrellamenti, nelle deportazioni e nelle rappresaglie che insanguinarono la provincia genovese). Il 29 giugno la Camera del Lavoro proclama lo sciopero generale mentre le forze di polizia iniziano ad affluire e iniziano le cariche contro i manifestanti. Ma i portuali compatti si oppongono con forza mettendo in fuga gli assalitori e occupano il centro cittadino.
Un mese dopo Tambroni si dimette da Presidente del Consiglio ritirandosi a vita privata.

 

Per la seconda volta un governo nazionale viene bloccato nei suoi disegni anti-democratici dalla ferma risposta dei lavoratori del porto di Genova.

 

Ora come allora, schierati a difesa della libertà e dei diritti nella società e nel lavoro.
Fedeli a princìpi antichi che restano assolutamente nuovi. Princìpi che, già alla fine del XIX secolo, i carbonai del porto di Genova avevano fatto propri grazie a una straordinaria sensibilità a quanto si stava sperimentando nell’organizzazione internazionale del lavoro. In Nuova Zelanda come sulle coste lacustri del Wisconsin, a Marsiglia o a Liverpool.

 

Un messaggio che correva sulle acque e giungeva nei porti. Nel nostro porto.
L’idea che la dignità del lavoro doveva essere coniugata con la responsabilità, che il terreno su cui la dignità responsabile poteva essere realizzata era il governo del tempo e il presidio della mansione (oggi diremmo l’autogoverno), che la leva per imporre l’umanizzazione del lavoro era il “mutualismo” (ora prende il nome più vago di solidarietà).